mercoledì 8 febbraio 2017

RITENUTE PREVIDENZIALI. CONDANNA PER CHI SUPERA DI POCO 10 MILA EURO

È quanto emerge dalla sentenza n. 5603/17 della Terza Sezione Penale della Cassazione.
L’amministratore di una Ditta è stato assolto dal Tribunale in relazione al reato previsto dall’art. 2, comma 1 bis, della legge 138 del 1993.
L’imputazione ha fatto seguito all’omesso versamento delle ritenute previdenziali operate sulle retribuzioni dei dipendenti per complessivi euro 10.198,00. Tale importo ha indotto il giudice di merito a ritenere operante l’art. 131 bis c.p. in base al quale, nei reati per cui è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a 5 anni, oppure la pena pecuniaria, sola o congiunta a quella detentiva, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.
Il Tribunale ha ritenuto integrata la suddetta causa di esclusione della punibilità, sulla base del rilievo che l’ammontare delle ritenute previdenziali non versate era superiore di soli 198 euro alla soglia di rilevanza penale di euro 10.000,00 annui, quale stabilita dal D.Lgs. n. 8 del 2016, e che inoltre l’imputato risultava incensurato.
Ebbene, la Procura si è opposta alla sentenza di non luogo a procedere pronunciata dal Tribunale, e la Suprema Corte ha aderito ai motivi d’impugnazione.
I giudici della Terza Sezione Penale del Palazzaccio, alla luce dell’insegnamento delle Sezioni Unite (sentenza n. 13681/2016) e dell’interpretazione fornita con un proprio precedente pronunciamento (Cass., Sez. 3 pen., n. 38380/2015), affermano che, rispetto ai reati per cui è stabilita una soglia di rilevanza penale,“l’eventuale particolarità dell’offesa non deve essere valutata con riferimento alla sola eccedenza rispetto alla soglia di punibilità prevista dal legislatore, bensì in rapporto alla condotta nella sua interezza, avendo, dunque, riguardo all’ammontare complessivo dell’imposta non versata.”
Pertanto, la particolare tenuità dell’offesa, che esclude la punibilità ai sensi dell’art. 131 bis c.p., va valutata facendo “riferimento al pregiudizio complessivamente arrecato al bene giuridico protetto, indipendentemente dalle soglie di rilevanza penale, che non incidono sull’entità del danno e della lesione all’interesse protetto cagionati dalla violazione.” Ciò vuol dire che il solo riferimento al “modesto” superamento della soglia di rilevanza penale non consente, di per sé, di ritenere “particolarmente tenue” l’offesa, “dovendo egualmente procedersi alla valutazione congiunta e complessa di tutte le peculiarità della fattispecie, allo scopo di verificare il concorso di tutte le condizioni richieste per poter escludere la punibilità per particolare tenuità del fatto e, con esse, anche della esiguità del pregiudizio arrecato al bene giuridico protetto.”
Infine, per quanto riguarda al requisito della “non abitualità” della condotta, la Suprema Corte rileva che l’imputato ha commesso una pluralità di omessi versamenti di ritenute previdenziali – da gennaio 2012 ad agosto 2012 – sicché la sentenza del Tribunale è erronea anche sotto tale profilo, perché “va ribadito che la sola incensuratezza non consente, qualora, come nel caso di specie, siano state commesse più violazioni, di ritenere il comportamento non abituale.” Il reato continuato configura un’ipotesi di “comportamento abituale” (Cass., sez. 3 pen., n. 28897/2015; Cass., Sez. 5 pen., n. 26813/2016).
Ne è derivato l’annullamento della sentenza assolutoria, con rinvio al Tribunale affinché proceda a una nuova valutazione circa la ricorrenza di tutte le condizioni per potere escludere la punibilità ex art. 131 bis c.p. In caso di esito negativo, si dovrà procedere al giudizio nei confronti dell’imputato.
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